WEB TAX, IL GIOCO DELLE TRE CARTE. Invito formalmente il governo a rimediare al grave errore commesso questa notte dando parere favorevole all'emendamento sulla web tax, presentato dal relatore alla Camera. La norma colpisce in modo pesantissimo le imprese italiane del web dimezzando l'onere a carico delle multinazionali digitali, ammesso che a queste venga in concreto applicata l'imposta

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Banche, dove sono gli scheletri


Banche, dove sono gli scheletri? Su l’Unità di ieri e oggi il botta e risposta tra Ernesto Auci, ex direttore del Sole 24 Ore e già capo delle relazioni istituzionali di Fiat, e Massimo Mucchetti, senatore del Pd, sul caso delle quattro banche fallite.

Le arciconfraternite del potere – l’articolo di Ernesto Auci

Fa proprio impressione vedere molti di coloro che fino a pochi giorni fa sbraitavano contro il salvataggio delle banche con soldi pubblici, farsi ora paladini di un intervento dello Stato a favore delle stesse banche con il “nobile” intento si salvare anche gli ignari risparmiatori che hanno investito in obbligazioni subordinate. Poi ci sono molti che pur non avendo la minima idea del funzionamento dei mercati finanziari,e senza sapere esattamente quali sono le vere responsabilità dei consiglieri, hanno colto la palla al balzo per calunniare il ministro Boschi, chiedendone le dimissioni al solo scopo di mettere in difficoltà il Governo Renzi. Continua a leggere qui.

Gli scheletri e gli armadi – la replica di Massimo Mucchetti

Temo che nell’articolo di fondo sulle banche, firmato da Ernesto Auci sull’ “Unità” di ieri, siano contenuti alcuni errori che mi pare derivino da un approccio culturale subalterno alla retorica europeista. Fatico a scriverlo perché con Ernesto coltivo un’amicizia di lunga data, pur avendo noi lavorato su fronti giornalistici diversi (quando pubblicavo “Licenziare i padroni?” criticando la Fiat di Giovanni Agnelli, lui ne presiedeva il quotidiano). Ma penso che un chiarimento possa servire non tanto a lui o a me quanto al Pd e al Governo.

Evitare il fallimento disordinato delle banche è obiettivo condiviso da tutti quelli che sono consapevoli degli enormi danni che, altrimenti, verrebbero a depositanti e clienti nonché ai detentori di obbligazioni, obbligazioni subordinate e azioni.

Ci si può invece distinguere sui modi. Ecco, i meccanismi di risoluzione delle crisi bancarie lasciano perplessi, la Vigilanza unica è alle prime prove e non è chiaro il suo rapporto con la Bce e con le Vigilanze nazionali, gli stress test dell’European Banking Authority hanno dato responsi fuori tempo, fini e modalità di privatizzazione del capitale della Banca d’Italia potevano essere diversi e aiutare sia il rilancio del credito industriale sia lo smaltimento delle eccedenze di crediti deteriorati.

Ha ragione Auci quando osserva che i giochi in gran parte ora sono fatti, ma gli odierni critici dell’Europa si distinguono in due famiglie: chi non aveva visto nulla e e ora scopre le difficoltà e chi invece chiedeva in tempi non sospetti la bad bank o contestava la logica dell’EBA, i criteri contabili della Vigilanza unica o la privatizzazione della Banca d’Italia. La prima famiglia non ha gran titolo per stracciarsi le vesti. Ma la seconda conserverà pure un diritto di parola, e non per il triste vanto dell’ “io l’avevo detto”, ma perché chi aveva detto senza essere ascoltato esprimeva una cultura di governo che forse aiuterebbe a fare meglio anche sulle nuove sfide dell’oggi.

Personalmente, ero e resto convinto che sarebbe stato meglio salvare le quattro banche facendole ricapitalizzare dal Fondo interbancario di garanzia sui depositi anziché procedere alla risoluzione di queste crisi facendone pagare il fio non solo agli azionisti, com’era giusto e noto che in caso di default potesse accadere ai detentori delle azioni, ma anche ai sottoscrittori delle obbligazioni subordinate, com’era giusto che fosse in base ai prospetti informativi ma assai meno noto data l’ignoranza di chi era stato invitato a sottoscrivere questi titoli, e dunque, alla fine, assai meno giusto. Avremmo risolto con modica spesa, e senza pesare sui contribuenti, una questione gravissima per le persone coinvolte ma non per il sistema bancario in generale.

L’orientamento della Direzione generale per la Concorrenza Ue contrario all’intervento del Fondo non avrebbe dovuto fermare un governo e una banca centrale che, certo senza incontrare lo sfavore dell’Abi, si erano avviati sulla strada del Fondo. Si sarebbe dovuto insistere sfidando la Commissione Ue a passare da un orientamento a un parere formale ed eventualmente all’annuncio di una procedura d’infrazione. Che l’Italia avrebbe potuto impugnare sicura delle sue buone ragioni. Secondo l’alta burocrazia di Bruxelles, il Fondo sarebbe assimilabile a un ente pubblico, perché è stato istituito con una legge e conta un esponente della Banca d’Italia tra i suoi amministratori. E dunque i suoi interventi sarebbero aiuti di Stato. Dissento.

Il Fondo, a mio avviso, è un soggetto privato perché privati sono i capitali che lo costituiscono e la maggioranza dei suoi amministratori. Concedo volentieri che possa essere reputato un soggetto privato che esercita una funzione di interesse pubblico perché concorre alla salvaguardia del risparmio, come esige l’articolo 47 della Costituzione (quell’articolo che i negoziatori italiani avrebbero dovuto invocare per fermare le pretese più dirompenti dei negoziatori degli altri Paesi sulle modalità di risoluzione delle crisi). Ma qui mi fermo e onestamente non capisco Ernesto quando sostiene che l’intervento del Fondo “avrebbe perpetuato il vecchio sistema dei salvataggi opachi nei quali si salvavano sia le banche che i banchieri…”. Ma dove vede l’opacità?

Le banche di cui si parla erano già commissariate, alcune da anni. Dunque, i vecchi banchieri erano già stati estromessi. Idem dicasi dei vecchi consigli di amministrazione. Il loro operato è o può diventare oggetto di indagini giudiziarie sia per iniziativa delle procure sia su denuncia della Vigilanza sia, in misura assai più ristretta data la limitatezza delle competenze in queste materie, della Consob. L’apertura delle inchieste giudiziarie si decide a prescindere dal fatto che gli obbligazionisti subordinati paghino il fio o non lo paghino… Semmai, mi sarei aspettato un giudizio preciso – un evangelico sì, sì o no, no – su quanto hanno detto il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, e il presidente della Consob, Giuseppe Vegas.

Secondo Ernesto, l’Europa ci porta nell’ “era della responsabilità”. Mah! Sapendolo napoletano, mi sarei aspettato una misura di scetticismo su queste roboanti promesse; mi sarei aspettato magari un confronto su quanto e’ costato il risanamento del Banco di Napoli secondo il vecchio stile della Banca d’Italia e quanto ci costeranno le risoluzione in questo amaro stil nuovo. Ci avrebbe riservato sorprese. Capisco la fiducia nel vincolo esterno per questo Paese indisciplinato. La leggo nella titolazione del'”Unita’”, che fa riferimento alle arciconfraternite del potere di cui parla Guido Carli, che era il capo della più grande. Ma Carli, teorico del vincolo esterno, subordinava comunque la banca centrale al governo….In Europa, insomma, tiriamoci su i calzoni!

Vedi, caro direttore, le obbligazioni subordinate non sono il nuovo mostro, ma la soluzione adottata in Italia e fuori per integrare gli aumenti di capitale da parte di un sistema bancario che non aveva altri mezzi per rafforzare le proprie risorse patrimoniali nei tempi dati. Emettere soltanto azioni non era possibile. O ci siamo dimenticati del 2008 e del 2011? Se si fosse adottata la soluzione del Fondo non staremmo qui a parlare di risparmio tradito come non ne parlavamo prima. Purtroppo, girano troppi apprendisti stregoni che giocano con il fuoco senza sapere che brucia. Anche tra noi.

Ora si preannuncia un’inchiesta parlamentare. Inchiesta non è indagine, procedura all’acqua di rose. La commissione d’inchiesta, di solito bicamerale, può avere accesso a tutte le informazioni. Non serve per riformare il Testo unico bancario o il Testo unico della finanza, che pure avrebbero bisogno di una bella manutenzione. Sono altri gli strumenti utili a questi fini. Sento dire di un’inchiesta sulle banche. E’ utile aprire un fronte di tal fatta davanti ai numeri infimi di cui tratta Auci? Per fare un solo esempio, ci si rende conto di che cosa accadrebbe se si facesse un’inchiesta su come sono stati collocati i 70 miliardi di obbligazioni subordinate del sistema? Siamo sicuri che gli impiegati di tutte le banche abbiano tenuto lezioni di finanza a ciascun pensionato aspirante obbligazionista?

Dove vogliamo arrivare: a provocare a tambur battente il rimborso degli obbligazionisti subordinati? E poi? Vogliamo dire che gli investimenti finanziari sono rischiosi e dunque inadatti alle famiglie alle quali poi proponiamo di aderire ai fondi pensione che giocano in Borsa? Di lunedì la Borsa è il Diavolo tentatore e di martedì l’Angelo salvatore? E infine, quale obiettivo politico avrebbe l’inchiesta: l’attacco alla gestione della Vigilanza o della Consob o la riscrittura delle Istruzioni di Vigilanza o dei decreti di attuazione della Mifid? Oppure la commissione d’inchiesta si occuperà solo delle banche commissariate, immagino partendo dal Credito cooperativo fiorentino?

Di solito la richiesta di una commissione parlamentare di indagine la avanza l’opposizione. Do atto a Brunetta di averlo fatto per primo. E tuttavia il dato nuovo è l’apertura del governo. Che costringe tutti all’applauso in prima battuta. Ma poi ci si chiede: dove si vuole arrivare, posto che l’obiettivo non può essere quello di addormentare tutto in una mare di chiacchiere? Come ho detto al “Corriere”, il Governo deve sentirsi al riparo da qualsiasi contraccolpo e per questo sfida i malpensanti sull’Etruria. Altrimenti sarebbe stato più prudente lasciar fare alla magistratura.