WEB TAX, IL GIOCO DELLE TRE CARTE. Invito formalmente il governo a rimediare al grave errore commesso questa notte dando parere favorevole all'emendamento sulla web tax, presentato dal relatore alla Camera. La norma colpisce in modo pesantissimo le imprese italiane del web dimezzando l'onere a carico delle multinazionali digitali, ammesso che a queste venga in concreto applicata l'imposta

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Banche, svendita non dichiarata


svendesi

E’ interesse dell’Italia mettere sul mercato sic et simpliciter il controllo delle sue banche principali? E’ questa la domanda principale posta dalla riforma delle banche popolari e rimasta senza risposta, mentre sulla Popolare dell’Etruria commissariata dalla Banca d’Italia si profila l’ombra del finanziere Davide Serra che sull’improbabile salvataggio di questo istituto, luogo dell’economia di relazione de’ noantri, sembra puntare una quota insolita delle risorse da lui amministrate. L’intervento di Massimo Mucchetti sul Sole 24 Ore.

Tutto parte dalla composizione delle compagini azionarie delle grandi banche. Nelle popolari di maggior dimensione, i primi 10 soci sono sempre esteri, tranne un paio di fondazioni ex bancarie (in UBI e Banco Popolare) che stanno comunque attorno al 3%. Le Spa risultano prive di azionisti privati italiani abbastanza forti, ed è naturale date le dimensioni. Intesa Sanpaolo resta ancorata a un certo numero di fondazioni. Unicredit pure, ma con una presenza di fondi esteri, fondi sovrani in particolare, assai più rilevante. MPS ha una compagine frazionata e volatile. BNL appartiene a BNP Paribas e Cariparma-Friuladria a Credit Agricole. La riforma delle popolari fa saltare il vincolo del voto capitario e rende più facili le scalate sia a mezzo di furbeschi raggruppamenti sotto la soglia dell’Opa sia attraverso più franche acquisizioni e fusioni.

A dire il vero, le popolari sono sempre state a portata di Opa condizionata da chi fosse disposto a mettere mano al portafoglio. E’ accaduto con la BAM scalata da MPS e, prim’ancora, con la popolare di Imola, conquistata dalla Cariravenna. Ma è vero che, con l’abolizione per decreto del voto capitario, scalare le popolari, magari facendo leva sui fondi già azionisti, diventa più comodo e meno costoso.

A questo scenario va aggiunto il disegno di costringere le fondazioni ex bancarie a vendere quanto delle loro partecipazioni nelle banche conferitarie ecceda il 30% del patrimonio. Tranne poche eccezioni, le fondazioni dovrebbero offrire azioni per svariati miliardi lasciando quasi senza più azionisti italiani di rilievo sia Intesa Sanpaolo sia Unicredit. E poi, offrire a chi? Genericamente al mercato, regalando al medesimo il premio che gli scalatori saranno disposti a riconoscere quando queste due banche diventassero facilmente contendibili? Ovvero, portarselo a casa, questo premio, attraverso l’offerta coordinata delle loro quote in un’asta internazionale? Il governo non ha ancora dato forma ufficiale all’orientamento che abbiamo evocato. In particolare, sta ragionando con l’Acri di fissare in tre anni il tempo utile per la grande vendita. Ma tre anni per le Spa e uno e mezzo per le popolari non cambiano la sostanza.

In materie tanto sensibili non dovremmo seguire la politica del carciofo. La trasparenza, fondamento della democrazia, esige che governo e banca centrale mettano sul tavolo tutte le carte per consentire al Paese di cogliere il disegno subito e per intero. Anche per evitare i sospetti che già stanno accompagnando la riforma delle popolari in un mondo della finanza dove, come sta emergendo al processo di Trani, le agenzie di rating possono declassare il debito pubblico dell’Italia così da costringere il Tesoro italiano a chiudere un derivato con la Morgan Stanley, azionista dell’agenzia, versando alla medesima Morgan Stanley 2,5 miliardi.

Ora, le fondazioni ex bancarie sono criticabilissime, le popolari non ne parliamo. Ma i discorsi sulla governance, per quanto fondati, contano meno rispetto alle conseguenze che decreti improvvidi possono avere sugli assetti di controllo dei principali gruppi bancari italiani, che costituiscono uno dei presidi della sovranità nazionale di un Paese giacimento di risparmio.

La Banca d’Italia, che pure ha lasciato depatrimonializzare le grandi banche tra il 2006 e il 2008, motiva la trasformazione delle popolari in Spa con la necessità di poter fare in tempi stretti gli aumenti di capitale che la Vigilanza europea chiederà. E’ un argomento da discutere. Per dire, come sarà remunerato il maggior capitale senza prendersi rischi finanziari gravi in un paese a crescita debole? Ma è, va riconosciuto, anche un argomento forte. Forte, ma non tanto da giustificare il niet di palazzo Chigi sugli aggiustamenti che, confermando la riforma, eviterebbero tuttavia all’Italia il rischio di perdere sovranità in modo asimmetrico rispetto ad altri Stati europei. L’Antonveneta, spolpata da Abn Amro, e il Crediop, travolto dal crac di Dexia, sono un ammonimento.

Acconsentire a un limite del 5% all’esercizio dei diritti di voto nelle Spa ex popolari per soli 2 anni non serve a nulla, anzi permette di ingrassare il cappone attraverso qualche fusione per poi servirlo a sconto. Sarebbe, d’altra parte, una misura copiata male da Unicredit che quel limite ha nello statuto, ma senza limiti temporali, e che quel limite aveva adottato, in barba al principio di una testa un voto, per ridimensionare, ma senza cancellarle, le fondazioni allora al 35%.

E allora? Allora, ci vuole un limite più stringente che possa essere rimosso solo da una maggioranza assai qualificata dell’assemblea. Il governo introduca queste due guarentigie prima che sia troppo tardi. In tal modo, centreremmo sia l’obiettivo di una migliore governance ai fini della ripatrimonializzazione, ora voluta dai regolatori, sia l’obiettivo di evitare il passaggio delle banche italiane a concorrenti non controllabili o a soggetti come i private equity, alimentati da capitali senza volto.