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Ilva, Marcegaglia stia fuori


In un’intervista di oggi al Fatto Quotidiano Massimo Mucchetti evidenzia tutti i rischi dell’ingresso del gruppo Marcegaglia nel piano di salvataggio di Ilva. Uno schema che suscita perplessità. Marcegaglia è il maggior cliente dell’Ilva e, come tale, ha più interesse ad avere lo sconto sulle forniture, che si tiene al 100%, che a partecipare al 10% dell’utile, sempre incerto, della fornitrice.

Mucchetti, andiamo con ordine. Perché serve un decreto?

Per sciogliere i legami dell’Ilva del futuro con quella del passato. Oggi l’Ilva è commissariata in base al decreto sui siti di interesse nazionale; a differenza del predecessore Bondi, l’attuale commissario Piero Gnudi ha un mandato a vendere, ma i proprietari restano i Riva. Passando all’amministrazione straordinaria i vecchi soci sono sterilizzati, avremo una vecchia Ilva in liquidazione e una nuova, di cui in prima battuta sarà azionista la vecchia.

Ma chi può chiedere l’applicazione della Marzano?

L’assemblea degli azionisti e cioè i Riva, che possono non volerlo fare. Allora bisogna attribuire questo potere al commissario. Poi c’è il problema delle guarentigie.

Spieghi.

Il commissario Ilva e i suoi collaboratori non sono imputabili di reati ambientali per la urata dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale). La Marzano, però, non prevede queste guarentigie e bisognerà provvedere.

Ma chi paga le bonifiche, circa 3 miliardi di euro?

L’Aia prevede interventi per 1,8 miliardi. Ma il punto vero, per chiunque voglia gestire l’Ilva del domani, lo Stato o privati è la certezza del diritto. I nuovi gerenti non possono caricarsi sulle spalle le cause miliardarie intentate contro l’Ilva o temere un sequestro alla settimana. Diversamente l’Ilva fallirà e nessun giudizio darà nulla a nessuno.

E quindi?

L’ex commissario Bondi aveva presentato un piano industriale che realizzava l’Aia, che è legge dello Stato. Ad Arcelor Mittal sembrava troppo. Il governo dovrà parlare con la città di Taranto e trovare un compromesso sulle molte pendenze. Ma non potrà non partire dall’Aia. E da chi mette i soldi veri.

Già, lo Stato mette 1,2 miliardi sequestrati dalla procura di Milano ai Riva.

Li mette il FUG (Fondo unico giustizia) a scopo di risanamento ambientale. Per capirci non potranno essere usati per pagare i salari. La Fintecna, antica padrona dell’Ilva ai tempi dell’Iri, ha un vecchio contenzioso con l’Ilva che potrebbe essere chiuso versando un centinaio di milioni forse di più. L’Ilva sta negoziando finanziamenti Bei a tassi interessanti e pure le banche potrebbero trasformare in azioni una parte dei loro crediti.

Che dice della Cassa depositi e prestiti o del suo Fondo strategico?

Per legge e statuti, il gruppo CDP non può assumere partecipazioni in società in perdita. Ma leggo che potrebbe metterli Marcegaglia, gruppo ufficialmente non in perdita ma con uno stato patrimoniale assai tirato. Insomma, non un target imperdibile. Temo il conflitto d’interessi e un pò di machiavellismo.

Il Fondo strategico non stava trattando l’ingresso nel gruppo Arvedi, anch’esso interessato all’Ilva?

Senza mai concludere. Arvedi è un concorrente: una fusione tra Arvedi e la nuova Ilva comporterebbe una ristrutturazione del settore degli acciai piani tutta da capire. L’Antitrust italiano potrebbe eccepire ancorché la dimensione del mercato siderurgico non sia nazionale ma europea.

Si ipotizza che i privati entrino nella nuova Ilva esercitando un’opzione call.

Un’ ipotesi ancora generica non giudicabile, ma ci starei comunque attento. Lo Stato i soldi li mette tutti e subito. Su quale valutazione entrerebbero i privati? L’Ilva adesso vale zero; con i denari dello Stato potrà valere più o meno quei soldi; tra tre o quattro anni, a risanamento avvenuto, l’Ilva andrà a 4-5miliardi. Fabbriche così nel cuore del Mediterraneo non se ne faranno mai più.

E allora?

L’opzione di acquisto a termine ha senso se chi la riceve oggi impegna un capitale proporzionato a quello messo dallo Stato, dall’Ilva in liquidazione ed eventualmente dalle banche e domani condividerà un earn out. Diversamente, i privati gestirebbero e gli altri, in primis lo Stato, si terrebbero il rischio.

Lei ha proposto, con vari interventi pubblici, Andrea Guerra alla testa della nuova Ilva.

L’ho fatto non appena Guerra è entrato nella squadra dei consiglieri del premier. L’ex ad di Luxottica può realizzare e non soltanto consigliare come spesso fanno quelli che non sanno fare.

Dagli occhiali all’acciaio?

La siderurgia italiana ha valenti imprenditori, ma non grandi manager. Gli ultimi venivano dalla siderurgia pubblica e uno di questi, Piero Nardi, ha appena compiuto il doppio miracolo di salvare Piombino e Trieste. Nardi o Bondi sarebbero ottimi,  ma se il premier si fida di Guerra, persona che anch’io come tanti stimo assai, ben venga Guerra, che ieri faceva gli occhiali ma l’altro ieri usava l’acciaio per gli elettrodomestici Merloni.