WEB TAX, IL GIOCO DELLE TRE CARTE. Invito formalmente il governo a rimediare al grave errore commesso questa notte dando parere favorevole all'emendamento sulla web tax, presentato dal relatore alla Camera. La norma colpisce in modo pesantissimo le imprese italiane del web dimezzando l'onere a carico delle multinazionali digitali, ammesso che a queste venga in concreto applicata l'imposta

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Rassegna, oggi in primo piano


Politica interna

Prodi-Renzi-Berlusconi – La Repubblica, a pagina 8: “Renzi incontra Prodi. ‘Non accetto veti, nessuno nel Pd candidi il Professore contro di me’”, “L’ex leader dell’Ulivo: ‘Continuo a non essere disponibile’. Boschi: scegliamo noi il nome da proporre per il Colle”. Il “retroscena” è firmato da Francesco Bei e Goffredo De Marchis, secondo cui vi sarebbero due “messaggi” nell’incontro del “disgelo” ieri con Prodi. Lo stesso Renzi lo avrebbe spiegato ai suoi collaboratori. Il primo è rivolto a Berlusconi: “noi -avrebbe detto il presidente del Consiglio- lo staremo a sentire sull’elezione del capo dello Stato e ribadiamo il nostro impegno a concordare con Forza Italia le modifiche alla riforma elettorale e costituzionale. Ma non possiamo accettare veti di alcun tipo, tanto meno sul Quirinale. L’elezione del capo dello Stato non fa parte del patto del Nazareno”. Così Renzi segnala all’ex Cavaliere che il suo antico avversario potrebbe anche tornare in campo. Ma il secondo “messaggio” sarebbe diretto all’interno del Pd, a Pippo Civati e a tutta quella parte della minoranza, da Bindi a Cuperlo, che potrebbe tentare la carta ulivista per far saltare in aria lo schema renziano. “Nessuno -avrebbe detto Renzi- può pensare di usare la candidatura di Prodi contro di me. Sono io il primo a incontrarlo, se c’è da parlare con qualcuno lo faccio direttamente. Non voglio che vengano posti veti né precondizioni”. Ma -scrive il quotidiano – tutto questo non significa che le chances del Professore di salire al Colle dopo ieri siano aumentate e, da grande navigatore della politica romana, l’interessato ne è consapevole. A chi lo ha sondato di ritorno a Bologna, dice: “Non ero disponibile e continuo a non esserlo”. Sandra Zampa, la fedelissima che lo accompagna in treno, spiega: “Non si farà usare come l’uomo nero per spaventare Berlusconi”. La Stampa, articolo di Fabio Martini: “Renzi a Prodi: ‘Serve un presidente di garanzia, Berlusconi non ti vuole’”, “Due ore a Palazzo Chigi: oltre alla politica estera, si è parlato del Colle. Il premier: ‘Caro Romano, se salta lo schema bipartisan, col piano ‘b’ il candidato più autorevole sei tu’”. Le parole che il premier avrebbe pronunciato nell’incontro: “Lo sai, io non posso blindare nessuna soluzione, credo serva un presidente di garanzia, ma Berlusconi ha espresso un veto nei tuoi confronti. Certo, se dopo le prime votazioni, si determinasse una impasse”, un boom di franchi tiratori, “a quel punto dovremo andare su un piano ‘B’ e il candidato più autorevole saresti tu”. Anche in questo caso, si trattava di inviare un messaggio a Berlusconi per tenerlo “sotto pressione” e allo stesso tempo, avvertire gli esponenti della minoranza Pd che ogni tanto agitano il “vessillo-Prodi”. Il Fatto, pagina 2: “Con Prodi Renzi minaccia tutti”. Dove Wanda Marra scrive che la carta Prodi è sul tavolo e, nel caso si rivelasse vincente, potrebbe aiutare il premier a rovesciare lo stesso tavolo: ovvero a far saltare tutto, dal Patto del Nazareno alla legislatura, per arrivare al voto. La minaccia che il premier mette in campo è infatti un candidato gradito a molti pezzi del Pd, a Sel e a parte dei Cinque Stelle. Da opporre a chi fa ricatti, da Forza Italia alla minoranza Dem. Insomma, se il premier dovesse portare al Colle Romano Prodi, le elezioni sarebbero ad un passo. Sul Corriere Antonio Polito scrive che alla luce del dibattito di questi giorni “c’è qualcuno che vuole andare al voto, anche se non si sa chi, e quel qualcuno è nel Pd”. “Guai” a demonizzare il voto,”però un’elezione all’anno non è sintomo di salute, casomai di asfissia”, e il “vizietto antico della politica italiana di giocare perennemente alle elezioni” oggi rischia di essere “inconsapevole della gravità estrema della situazione europea in generale e di quella italiana in particolare”. La speranza è “che nel Pd lo capiscano, e si mettano a litigare su altro”. Sulle due ore di colloquio ieri tra Prodi e Renzi Il Sole scrive che il premier “ha voluto mandare un doppio segnale: il primo, di ricompattamento, alla minoranza di sinistra del Pd legata alla stagione prodiana; il secondo a Silvio Berlusconi come ‘sollecito’ per una rapida approvazione della nuova legge elettorale a Palazzo Madama”. Il quotidiano spiega anche che per Prodi “si parla in ogni modo di importanti incarichi internazionali, in particolare all’Onu: fra due anni si libera anche la poltrona di segretario generale ora occupata da Ban Ki-moon. Tuttavia è lo stesso Professore a dimostrarsi scettico con i suoi: non tanto per la parola di Renzi, quanto sul fatto che l’Italia abbia il giusto peso nello scacchiere internazionale”. Sul quotidiano si dà conto delle parole di Bersani: “Sono contento che si siano visti. Il Patto del Nazareno non è obbligatorio ma è ampiamente facoltativo per quanto riguarda i numeri”. Il quotidiano spiega anche che “l’ex Cavaliere, raccontano i suoi, è rimasto molto impressionato vedendo l’acerrimo nemico Prodi salire le scale di Palazzo Chigi”, e ieri da Forza Italia è stato recapitato un “contromessaggio a Palazzo Chigi”: “Berlusconi rassicura sui tempi dell’Italicum, a anche sulla clausola di salvaguardia che sarà votata proprio oggi in commissione a Palazzo Madama”. Secondo Maria Teresa Meli, sul Corriere, “l’incontro era in programma da una settimana e non era il primo”, e “nonostante i boatos, i gossip e le false voci fatte circolare ad arte per stringere alle corde Silvio Berlusconi, non si è parlato di Quirinale. O, meglio, Renzi non ha proposto niente al suo interlocutore, piuttosto ha sondato le intenzioni di Prodi e l’ex premier è stato chiaro in proposito: ‘Io non voglio essere bruciato un’altra volta, mi è bastato il 2013, con Berlusconi e D’Alema, adesso basta’”. Sicuramente Renzi “grazie all’incontro con Prodi ha pressato ulteriormente Berlusconi e dimostrato sia all’interno che all’esterno che il Partito democratico è assai più unito di quanto si pensi. E l’esclusiva del nome Prodi non l’hanno solo i suoi detrattori”. Secondo Il Giornale “quasi nessuno” crede che l’incontro tra Renzi e Berlusconi non abbia riguardato il Quirinale: “Renzi manda un messaggio al Cavaliere: o si fa come dico io o ti becchi il Professore al Quirinale”. Si ribadisce il pensiero di Berlusconi: “‘Noi con spirito di sacrificio stiamo ai patti e garantiamo l’appoggio alle riforme e alla legge elettorale. Ma i contraenti devono avere pari dignità’. E un Prodi al Quirinale sarebbe un vero e proprio schiaffo. Inaccettabile”. E se “Renzi tira la corda e in Forza Italia partono le fibrillazioni tra gli anti-pattisti”. E se “le acque azzurre restano agitate e Berlusconi cercherà di riportare la calma tra i suoi già oggi e domani: giorni nei quali sono previste due cene natalizie a Roma: la prima con i deputati e la seconda con i senatori”. Secondo un altro articolo del quotidiano, quello di ieri sarebbe un “messaggio a Berlusconi: o dai l’ok a riforme e Italicum o mando al Quirinale il nemico, che ci porta dritti alle elezioni”. Sul Corriere: “Forza Italia spaccata sul Nazareno, e Fitto si rifiuta di tornare in Puglia”. Anche sul Sole. “Fi in ordine sparso. Partito diviso anche sul Quirinale”. “Nuovo attacco di Fitto. rischiamo l’irrilevanza”. Il Foglio colloca l’incontro Prodi-Renzi nella cornice della situazione in Libia: “In Libia mai così male. Ora Renzi ascolta pure Prodi l’Africano”. Si spiega che i Paesi della Unione Africana fin dal 2011 considerano l’ex premier italiano un buon nome come negoziatore sulla questione libica, ma “il governo italiano non ha fatto sponda alla loro posizione” e a maggio è stato nominato lo spagnolo Bernardino Leòn.

Politica estera

Sydney e la jihad globale – Le prime 7 pagine de La Repubblica sono dedicate al sequestro in un bar di Sydney del quartiere finanziario: “Il terrore islamico assedia Sydney. Attacco e blitz: muoiono due ostaggi”. Vittorio Zucconi firma un’analisi dal titolo “La strategia jihadista della paura globale per non farci sentire mai più al sicuro”. La pagina seguente, racconta il “personaggio” autore del sequestro con un articolo di Federico Rampini: “Monis, il ‘guru’ che voleva dare una lezione all’Australia”. Era un pregiudicato, sospetto jihadista noto alla polizia e alla magistratura australiana. Nel 2001 affermò di essere fuggito dall’Iran dove, secondo lui, aveva lasciato moglie e figli “tenuti in ostaggio del regime”. Si definiva “ayatollah islamico militante pacifista” e al momento del sequestro era in libertà provvisoria, su cauzione: era incriminato per il suo ruolo nell’uccisione della ex moglie. Durante l’istruttoria disse: “E’ un processo politico”. Sostenne di esser stato torturato in carcere. Altri precedenti con la giustizia: denunce per molestie sessuali da parte delle sue “pazienti”. In passato aveva infatti esercitato come “guru esperto in meditazione, magia nera, astrologia”. La polizia conosceva anche la sua inclinazione jihadista: nel 2011 era stato condannato per aver mandato lettere insultanti e diffamatorie ai parenti dei soldati australiani morti sul fronte afghano. Era stato messo ai margini dalla comunità sciita in Australia e gli stessi leader della comunità sciita avevano chiesto di indagare su di lui alla polizia. Pochi giorni fa aveva annunciato la sua conversione all’Islam sunnita. Alle pagine seguenti, l’intellettuale Marek Halter dice: “Non chiamateli ‘lupi solitari’, dietro gli attacchi un’unica ideologia’”, “Gli ‘uomini neri’ che hanno colpito a Sydney, a Québec City o ad Anversa non trovano nel nostro mondo una visione in grado di contrastarli”. Sul Corriere Guido Olimpio descrive il terrorista di Sydney che “aveva una lunga serie di precedenti. Omicidio, violenza sessuale, minacce: eppure era in libertà provvisoria”. Gli esperti rispondono che “ci sono dozzine di persone così, non possono essere monitorate tutte”. All’apparenza l’uomo ha agito da solo, anche se le indagini dovranno accertarlo. Secondo Olimpio “c’è il timore concreto che oltre al ‘lupo solitario'” “si muovano anche dei singoli che scossi da problemi personali trovano sfogo in messaggi politici. I disturbi psichici vengono mascherati con l’adesione ad un piano globale”. Sul Giornale si legge che “il lunatico estremista di turno munito di bandiera nera è costato per ora tre morti innocenti e vari feriti”. L’autore dell’attacco “mescolava le pulsioni violente all’odio ideologico che riempie il suo website di sanguinose immagini di bambini ritenuti vittime degli attacchi aerei americani e australiani”. Il quotidiano paragona il profilo del terrorista a quello di Michael Zehaf Bibeau, l’attentatore al parlamento canadese. Un altro articolo del quotidiano di Sallusti racconta che dall’Australia è partito un centinaio di adepti al Califfato, per andare a combattere in Siria e in Iraq. Sul Sole Alberto Negri si chiede se ci sia un “mondo di mezzo” anche per la jihad islamica dell’Isis, in un articolo intitolato “il jihadista della porta accanto”. La Stampa: “Balordi, fanatici e menti raffinate. Se i ‘lupi solitari’ hanno più facce”, di Maurizio Molinari. Dove si ricorda che “a Sydney ha agito un imam-santone, a Tolosa e Bruxelles miliziani addestrati”. Sulla stessa pagina: “Ma invece del vessillo dell’Isis ha esposto quello dei loro rivali”. Di Giordano Stabile, che scrive come la bandiera esposta ieri dalla vetrina del bar fosse quella di Al Qaeda: l’Isis usa infatti una versione abbreviata e semplificata della “shahada”, dove si inneggia ad Allah e Maometto.

Economia e Finanza

Il crollo del rublo – Il Sole 24 Ore dedica grande attenzione al crollo del rublo e scrive che “le banche russe impegnate sui mercati del cambio, scrive il quotidiano Izvestija, stanno iniziando a comprare tabelloni a cinque, non più quattro caselle: ormai il rublo rischia di infrangere una barriera impensabile fino a poche settimane fa, un euro o un dollaro al cambio di 100, più i due decimali”. La battaglia della Banca centrale di Mosca sembra contro una “una forza incontrollabile”. I tassi di interesse sono passati dal 10,5 al 17 per cento. Secondo gli esperti non siamo ancora al 1988, “ma quell’anno resta come un punto di riferimento per dare l’idea del ritmo della caduta, e della gravità della situazione”. Inoltre il Paese vede una “deriva di capitali” che “solo quest’anno, hanno abbandonato il Paese a un ritmo di 120 miliardi di dollari. Nel suo recente discorso alla nazione, Vladimir Putin ha parlato di amnistia per i patrimoni che rientreranno, ma questa come altre iniziative non sembrano aver affatto convinto i mercati”. Sullo stesso quotidiano Morya Longo si sofferma sulla crisi in Europa e scrive che “è normale” che il tracollo del prezzo del petrolio “abbassi l’inflazione nel breve termine”, ma “nel lungo periodo l’effetto dovrebbe essere quello esattamente opposto”, visto che le famiglie oggi spendono meno e dovrebbero risparmiare e in futuro riprendere a consumare. Il problema è che non accade: “proprio ieri il tasso d’inflazione atteso tra cinque anni per i successivi 5 anni (uno dei parametri più guardati dalla Bce) ha toccato l’ennesimo minimo storico a 1,67%. Era a 1,76% solo una settimana fa. Insomma: su un arco temporale di 10 anni, i mercati continuano a rivedere al ribasso le attese sul costo della vita nel Vecchio continente”. Il che fa pensare che “secondo i mercati, dunque, non basterà il ‘bazooka’ della Bce. E non basterà l’effetto positivo sulle tasche delle famiglie del calo del petrolio. E neppure il ribasso dell’euro”.

Ilva, Riva assolti dal tribunale civile di Taranto – Il Tribunale civile di Taranto ieri ha emanato una sentenza sull’Ilva che potrebbe avere conseguenze sui diversi processi del gruppo siderurgico Riva. Il presidente della Terza sezione, Pietro Genoviva, in una causa per danni aperta dai famigliari di un operaio del siderurgico morto di cancro ha stabilito che la società non è responsabile della gestione precedente al 1995, quando lo stabilimento era dell’Iri, e che la Riva Fire, la società che controlla l’Ilva, non risponde in modo solidale delle attività dell’Ilva. In altre parole, lo stesso Tribunale di Taranto dà risposte opposte rispetto ai princìpi sui quali si basano il processo penale e i sequestri ripetuti dei beni delle società del gruppo siderurgico. La terribile vicenda oggetto del procedimento civile presso il Tribunale di Taranto riguarda un operaio residente nella città jonica che lavorò all’Ilva durante il periodo in cui l’acciaieria era dell’Iri. L’uomo lavorava nella cokeria e nei parchi minerali, alcune delle aree più inquinate dello stabilimento. Nel ’91 andò in pensione con le agevolazioni della “legge amianto”; purtroppo ventun anni dopo il pensionato è morto di cancro al polmone. I famigliari hanno chiesto all’Ilva e alla capogruppo Riva Fire un risarcimento di 980mila euro. In un secondo tempo, i famigliari hanno aggiunto nella richiesta di danni il rischio alla salute subito nel ventennio di pensione in qualità di cittadino di Taranto. È di ieri la sentenza della Terza sezione civile, che addirittura ha condannato la famiglia dell’operaio a risarcire in tutto 20mila euro a Ilva e Riva Fire per le spese difensive delle due società. Secondo i magistrati civili, la richiesta di risarcimento dei famigliari “si è rivelata del tutto infondata e va pertanto rigettata”. Per esempio, l’operaio lavorò nella fabbrica prima che l’Ilva passasse sotto il controllo del gruppo Riva, e il contratto di compravendita della società, dice il Tribunale, prevedeva che sono a carico esclusivo dell’Iri “tutte le sopravvenienze passive e gli effetti di contenziosi riferentisi ad atti o fatti anteriori”. Potrebbero essere rilevanti le conseguenze se questo principio venisse esteso agli altri contenziosi contro l’Ilva pendenti al Tribunale sia in materia civile che in materia penale. La capogruppo Riva Fire (definita dal giudice tarantino “incautamente citata in giudizio”) è “a maggior ragione estranea alla diretta gestione del locale stabilimento siderurgico”. In altre parole, la holding ha una personalità giuridica autonoma e distinta dalla società siderurgica e quindi non c’è un vincolo di solidarietà con l’Ilva. Anche questo principio può avere conseguenze su tutti i processi che coinvolgono la capogruppo e la consociata Riva Forni Elettrici, come per esempio la richiesta di risarcimento per circa 3 miliardi fatta da Comune e Provincia di Taranto.